Web agency da incubo: quali precauzioni osservare

Qualche giorno fa scrivevo sui social che “Prima o poi scrivo a Real Time e gli propongo una nuova serie, Web agency da incubo”. E dato che lamentarsi senza dare consistenza alle proprie opinioni è troppo facile – e, di questi tempi, fin troppo di moda – ho ritenuto necessario approfondire la mia opinione in merito.

Il presupposto (basato sulla mia visione, naturalmente) è che per emergere dalla concorrenza e risultare allo stesso tempo sostenibile, una web agency deve sapere essere una e trina, composta da tre anime: quella commerciale, quella tecnica e quella creativa. Se l’assenza di quest’ultima, nel peggiore dei casi, può portare l’agenzia ad una proposition desolante (e non sempre basta affidarsi all’outsourcing), l’assenza di uno degli altri due fattori può portare invece al vero e proprio incubo per chi si trova a viverla quotidianamente.

Ma le cose come stanno realmente?

Il web è ormai qualcosa a cui tutti pensano di poter giocare, dal freelance con istinti di sopravvivenza (e qui perdono quasi tutto, non è facile) al markettaro/commerciale con l’ambizione di conquistare il mondo e che finisce il più delle volte a vendere la famigerata fuffa. Se nel primo caso il risultato sarà un portfolio di siti molto brutti o molto lontani dalle necessità comunicative dei clienti, nel secondo il risultato sarà un team che dovrà abituarsi a combattere con vendite sottostimate e, di conseguenza, con progettualità carenti e tempistiche impossibili. Progetto dopo progetto, qualcosa inevitabilmente scricchiolerà.

Sarà per via della mia formazione prettamente tecnica, sarà perchè provo una forte invidia per chi “ha il pane, ma non ha i denti”, mi viene più semplice analizzare le criticità a cui si espone un’agenzia quando è guidata da persone con un indole prettamente commerciale che hanno visto nel web un’opportunità di business, non una passione.

Eppure basterebbe poco, come farsi affiancare da una persona (socio o dipendente poco importa, l’unica condizione necessaria è la condivisione degli ambienti di lavoro) con un background tecnico tale da [1] allestire e supervisionare una struttura (dal punto di vista dei sistemi, del personale e, soprattutto, della metodologia) in grado di sostenere la sempre maggiore mole di lavoro in entrata, [2] indicare gli spazi di manovra in fase progettuale e [3] mantenere il team aggiornato e al passo con le ultime tecnologie. D’altronde, se non sbaglio anche nei ristoranti è abitudine che tra i soci vi sia un programmatore-cuoco e un commerciale-maitre. Paragone troppo azzardato? Io non credo.

Ci sarebbe poi una quarta caratteristica, che considero il valore aggiunto (di un’agenzia così come di qualunque altro tipo di attività): avere “in casa” quella visione e quell’intuizione che, ben bilanciate da un sano realismo, ti permettono di dettare la strada e prevedere il mercato. E in Italia, dove abitualmente arriva tutto con qualche anno di ritardo, non bisogna essere Steve Jobs per vedere le cose prima degli altri. 

Sia chiaro, non sto dicendo che quando le cose non funzionano in questo modo l’agenzia si vede privata del proprio futuro. Dico piuttosto che, così facendo, si complica quella strada che porta una piccola agenzia fatta di persone di valore e abituata a confrontarsi con quelli che “eh ma conosco uno che me lo fa a meno” a diventare un punto di riferimento per quelle imprese che hanno finalmente capito il potenziale offerto dalle nuove tecnologie decidendosi così a fare un investimento cospicuo. 

E’ un dato di fatto che commerciali e sviluppatori parlino due lingue diverse, e che di solito non parlino abbastanza l’uno con l’altro. Non è questione di assumere uno sviluppatore (o un commerciale), nè di pagarlo adeguatamente: iniziate a parlare con la vostra “parte mancante”, sarà il primo passo per lasciarsi alle spalle i siti web a basso costo e iniziare ad essere trovati come una renowned digital production company.

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